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In vista della trasposizione teatrale del massimo capolavoro della letteratura italiana, che tutti aspettiamo con trepidazione, Franca, su espressa richiesta di alcuni utenti del forum di Vittorio, ci regala queste "pillole" sul poema di Dante.
La nostra Prof. ci ha spiegato che "Cercherò di semplificare, trattando solo quello che ritengo essenziale alla comprensione del messaggio che Dante ha lasciato all'umanità e che ora ci viene riproposto attraverso un lavoro teatrale."

 

 

VERSO LA
DIVINA COMMEDIA OPERA

Un aperitivo in pillole

di Franca Salvi

 

Definizione

Prima di tutto cerchiamo di definire che cosa sia la Divina Commedia, anzi, la Commedia, dato che l'aggettivo "divina" è stato inserito in epoca posteriore. E' una "Summa", cioè un'opera a carattere enciclopedico che riassume il sapere del tempo in funzione del messaggio che propone. E' definita un poema didattico allegorico, didattico perchè vuole insegnare e allegorico perchè il contenuto viene prevalentemente proposto sotto forma di immagini che sottintendono un significato diverso e più profondo.

Perchè Commedia? Nella tradizione letteraria antica il messaggio dell'autore doveva sottostare a rigorosi vincoli rappresentati dalla codificazione di precisi generi letterari in funzione dello stile e del contenuto. Mentre la Tragedia è un'opera che inizia bene e finisce male, per la Commedia accade il contrario, infatti Dante inizia il suo viaggio travolto dal peccato e lo conclude nella visione salvifica di Dio. Lo stile "tragico" è caratterizzato da un tono sublime e da un linguaggio raffinato, laddove quello "comico" permette una scelta espressiva più ampia, che non disdegna termini volgari o neologismi di forte impatto connotativo.

Dante vuole insegnare all'uomo la via della salvezza eterna attraverso la sua esperienza di uomo che ha superato il peccato attraverso un viaggio voluto da Dio, che lo ha scelto come portatore di un'esperienza sovrumana che deve servire alla redenzione dell'uomo che ha perso la retta via.

Per questo motivo il Poeta ha scelto la lingua "volgare" e non il latino, al fine di raggiungere un pubblico più vasto e dare dignità letteraria all'idioma usato prevalentemente come lingua parlata.

Esistevano già testi in volgare, lo stesso Dante si era cimentato nell'uso del volgare come lingua letteraria, ma è la prima volta che viene affrontata un'opera di portata così vasta con un linguaggio "sperimentale", in quanto per dare al volgare dignità letteraria il Poeta ha dovuto adattare termini, inventarne di nuovi, piegare all'esigenza del verso forme idiomatiche estranee all'esperienza consolidata, conferire espressività e nello stesso tempo proprietà lessicale ad una lingua senza forte retroterra culturale, fondando una tradizione che sta alla base della nostra letteratura.

Poema allegorico, dicevo. L'allegoria è una figura retorica da sempre presente nella letteratura ed usata ancor oggi, ma nel Medioevo il linguaggio allegorico era un elemento fondante nella comunicazione, soprattutto riguardo concetti di carattere morale. L’allegoria rappresenta in forma concreta un concetto astratto, oppure riveste di significato diverso una situazione, un personaggio, anche un paesaggio naturale. Una delle opere principali della letteratura medioevale, il "Roman de la rose", è una grande allegoria in cui la vicenda perde completamente la realtà narrativa per configurare un percorso psicologico ed intellettuale.

In Dante troviamo un uso particolare dell'allegoria, in quanto non viene meno la realtà concreta espressa dalla narrazione, anche se questa va decodificata in funzione del significato allegorico.

Solo il primo canto va letto in chiave strettamente allegorica: per esempio la celebre " selva oscura" non è un bosco, ma rappresenta il peccato.

Dante stesso ci parla di quattro livelli interpretativi per comprendere il suo poema, uno letterale e tre di diverso livello allegorico, ma è meglio lasciar perdere.....

Virgilio è un personaggio reale, storicamente esistito e viene rappresentato da Dante in tutta la sua realtà umana, anche se allegoricamente significa la ragione o la filosofia.

Beatrice è la donna amata da Dante e nel poema conserva la sua specifica dimensione femminile, pur rappresentando la Grazia divina o la teologia.

Questa duplicità di interpretazione allegorica vi fa capire come non sia sempre facile dare una spiegazione univoca e sicura ai concetti espressi in forma allegorica.

In alcuni casi i commentatori si sono sbizzarriti a cercare significati reconditi, mentre noi cercheremo di non perdere di vista la bellezza e il fascino del Poema, limitandoci a spiegare i significati fondamentali e sicuri che emergono alla lettura del testo.


IL VIAGGIO.

La Divina Commedia è un viaggio attraverso il "regno dei morti", che rappresenta le tre condizioni spirituali dell'anima: il peccato, l'espiazione e la beatitudine eterna.

Oggi si viaggia facilmente, spinti da molteplici motivazioni. Si più viaggiare anche virtualmente, basta avere la connessione ad internet, ma durante il Medioevo il viaggio rappresentava qualcosa di essenziale e in certi casi di insostituibile.

Viaggiavano per cultura i clerici vagantes per raggiungere le celebri università del tempo, viaggiavano i cavalieri alla ricerca del Graal o dei torti da vendicare, viaggiavano i crociati per liberare il Santo Sepolcro in Terrasanta, viaggiavano i pellegrini alla volta dei grandi centri di fede come Santiago de Compostela o Roma, viaggiavano i soldati al seguito del loro signore, viaggiavano i primi mercanti destinati a fondare una nuova era che superasse l'immobilismo della società feudale chiusa ed autosufficiente. Il viaggio era conoscenza, esperienza, arricchimento spirituale.

Dante viaggiò a lungo durante la sua vita condannata all'esilio perpetuo, ma il viaggio più memorabile lo fece nell'Aldilà, alla scoperta dell'uomo attraverso l'esperienza diretta delle conseguenze del peccato e del suo superamento, incontrando una serie di personaggi famosi, realmente vissuti oppure letterari ma delineati coi tratti della realtà.

Questo perché riteneva che l'esempio fornito da un personaggio noto potesse essere più incisivo al fine educativo che si era proposto.

Noi tutti sappiamo bene che il viaggio di Dante è frutto della sua potente fantasia, ma l'autore ce lo propone come se fosse realmente accaduto per dare ulteriore forza persuasiva alla sua opera.

E' anche un viaggio dentro se stesso che Dante ci propone, un viaggio in cui si sente partecipe di alcune colpe e nello stesso tempo estraneo ad altre, ma che sente suo perché entra nel mistero e nella problematicità dell'uomo, con tutte le sue debolezze e la sua fragilità ma anche con la forza esemplare di atteggiamenti valorosi ed eroici.

Dante nella Divina Commedia non è solo autore e giudice, dotato a volte di spirito profetico, è anche personaggio e come tale mostra tutta la sua umanità che lo porta addirittura a perdere i sensi di fronte ad un'esperienza particolarmente coinvolgente come l'incontro con Francesca da Rimini. Dante autore condanna con inflessibilità, Dante personaggio è turbato e sconvolto perchè non rinuncia al suo essere uomo e questo è uno degli aspetti più affascinanti dell'opera.

Il viaggio di Dante è la ricerca dell'Amore assoluto, cioè di Dio da parte di un uomo a cui è stato affidato il compito di insegnare agli altri uomini la strada verso la salvezza che egli stesso ha compiuto in un modo straordinario, esplorando un mondo proibito e raccontando quello che ha visto, nella speranza di poter ristabilire l'ordine sulla terra devastata da guerre ed ingiustizie e nello stesso tempo conquistare attraverso la sua opera quel posto di rilievo nel mondo che le vicende personali gli avevano sottratto.

E' intuibile la complessità dell'opera ma cercherò di dare un quadro generale della sua struttura articolatissima in cui vengono inseriti i vari personaggi.

Si possono seguire dei precisi percorsi di lettura, isolando temi specifici e credo che il lavoro teatrale segua una sua linea particolare di sviluppo, privilegiando alcuni aspetti dell'avventura dantesca.

L'opera teatrale non credo che tratterà temi "politicamente scorretti"( ho dato un'occhiata agli sponsor), ma faremmo un torto a Dante ignorando la posizione che ha assunto verso la degenerazione della Chiesa del suo tempo e la sua ingerenza negli affari politici.


VIRGILIO.

Per compiere il suo difficile cammino Dante si avvale dell'aiuto di due personaggi che gli fanno da guida nel baratro infernale, lungo le pendici del monte del Purgatorio ed attraverso l'etere celeste.

Virgilio lo accompagna fino al Paradiso Terrestre, situato alla sommità del Purgatorio e Beatrice gli sarà accanto fino all'incontro con S. Bernardo, alle soglie dell'ultimo cielo, l'Empireo. Perchè Virgilio?

Il celebre poeta latino godeva di grande fama nella cultura medievale, fama che derivava da un'interpretazione particolare della sua figura di poeta.

In origine, il Cristianesimo prese le distanze dal patrimonio culturale lasciato dalla classicità, affidandosi unicamente alle Sacre Scritture come i soli testi portatori di verità.

Tale visione venne in un secondo tempo modificata, salvando e privilegiando testi o autori in cui riconoscere elementi in sintonia col messaggio cristiano dal punto di vista morale.

Il Medioevo era permeato di profonda religiosità, in una visione del mondo tesa a vedere la vita terrena come preparazione alla vita eterna e a rifiutare ogni elemento che fosse in opposizione a tale visione. La stessa storia del passato veniva studiata solamente in riferimento al futuro (visione escatologica), considerando in modo ristretto, anche dal punto di vista cronologico, le vicende terrene dell'umanità.

Si pensava che dalla creazione alla nascita di Cristo fosse trascorso molto meno tempo rispetto a quello che gli studi moderni hanno stabilito e che altrettanto ne dovesse trascorrere fino alla fine del mondo e al Giudizio Universale. Tutto quello che era accaduto prima di Cristo era visto a studiato come preparazione all'età successiva, illuminata dal messaggio cristiano.

Gli stessi protagonisti della storia antica venivano rappresentati come uomini del Medioevo dal punto di vista dei costumi e della mentalità: mancava insomma ogni prospettiva storica.

In tale visione ristretta Virgilio ottenne un posto privilegiato grazie alla sua esistenza morigerata ( alla corte di Augusto lo chiamavano "verginella") e all'interpretazione data ad alcuni versi della sua quarta egloga, in cui preannuncia la nascita di un bambino destinato a salvare il mondo, sicuramente un omaggio ad un uomo potente in attesa del sospirato erede.

Il motivo encomiastico venne così interpretato come motivo profetico e Virgilio rivestito di un'autorità che gli garantì un posto d'onore nell'ambito della cultura medievale.

Naturalmente Virgilio era considerato anche per i suoi indiscussi meriti letterari che però furono apprezzati solo grazie allo "sdoganamento" morale da parte della severa mentalità del tempo.

Inoltre la composizione dell'Eneide, poema epico che celebra la grandezza di Roma e dell'Impero, contribuì ad alimentare il suo mito.

Infatti due erano le massime autorità riconosciute in epoca medievale e che stanno alla base del pensiero politico di Dante, il Papato e l'Impero, ereditato questo da Roma attraverso Carlo Magno, fondatore del Sacro Romano Impero, in cui gli elementi romani si fusero con quelli barbarici, cementati dal Cristianesimo.

I difficili rapporti tra le due somme autorità furono per secoli motivo di dissidio e di lotta armata ma soprattutto la principale causa del disorientamento e del disordine morale che Dante denuncia nella sua opera.

La scelta di Virgilio come guida trova dunque ampia giustificazione. Virgilio assume il significato allegorico della ragione che guida l'uomo nel percorso necessario al superamento del peccato, rendendolo degno di ricevere la Rivelazione.

Come ho già detto, la figura del poeta latino non si esaurisce in una funzione allegorica in cui viene snaturata la sua personalità umana ma la poesia di Dante ne fa un vero e proprio personaggio dell'opera, pronto a soccorrere con la sua saggezza, a dipanare dubbi, a confortare lo spirito di un uomo chiamato ad un compito difficile, spesso esitante e tremante di fronte ad esperienze troppo intense per le sue sole forze.

Virgilio è una figura paterna e rassicurante, umanissima nei momenti in cui riflette sul suo destino di perenne infelicità in quanto confinato nel Limbo, tra i grandi del passato che non hanno potuto ricevere il battesimo.

Accompagna e conforta Dante che lo saluta "tu duca, tu segnore, tu maestro" quando accetta di iniziare l'aspro percorso, lo sostiene anche fisicamente nell'impervio cammino e ne condivide l'angoscia di fronte alla concreta rappresentazione dell'eterna infelicità dei dannati.


BEATRICE.

Probabilmente Dante non ha mai sfiorato Beatrice nemmeno con la punta del mignolo, ma tutti la ricordano come la donna da lui amata per tutta la vita e al di là della vita. Ma amata come?

Per capire la natura del suo sentimento e soprattutto la ricaduta che tale amore ebbe sulla sua opera, cercherò di delineare in brevi tratti la nascita e lo sviluppo della poesia d'amore nella letteratura medievale.

La poesia d'amore in lingua volgare ebbe origine nel sud della Francia, nel territorio della Provenza, o meglio Linguadoca, dove si parlava appunto la lingua d'oc, in cui vennero composte le poesie che ci interessano.

I poeti erano detti "trovatori" e dedicavano i loro versi alle nobili dame dei castelli sparsi nel territorio, in cui si cercava di creare, attraverso le "Corti d'Amore", un clima di raffinatezza culturale nel quale l'omaggio alla dama era la trasposizione in campo amoroso del rapporto di vassallaggio del cavaliere verso il suo signore.

Le lodi e le profferte amorose erano convenzionali, ma spesso si intrecciavano rapporti più "concreti" tra i poeti e le donne da loro cantate.

Cantate anche in senso letterale, in quanto le poesie venivano accompagnate dalla musica.

Tra l'altro si fissarono dei canoni precisi sia in campo letterario (la struttura del sonetto e della canzone), sia nell'ambito del comportamento amoroso: l'amore non poteva essere ammesso nel rapporto matrimoniale,la donna prescelta era vista come irraggiungibile e il sentimento di tensione appassionata verso di lei contribuiva ad elevare ed affinare lo spirito.

Il periodo di fulgore economico e culturale delle città della Provenza finì bruscamente per volontà del papa Innocenzo III che si alleò con i signori feudali del nord che, schierati sotto la guida di Simone di Montfort, organizzarono una sorta di crociata che pose fine a quella raffinata civiltà.

C'è da dire che nel territorio grazie al clima particolare di libertà e di autonomia spirituale che vi regnava, si era sviluppata un'eresia, quella albigese, che il papa intendeva debellare in modo esemplare.

Il tramonto della civiltà occitanica determinò anche l'affermarsi della lingua d'oil, parlata al nord, come futura lingua nazionale francese.

Temi e strutture della poesia provenzale però si erano diffusi all'esterno, assieme alle teorizzazioni dell'amore detto "cortese" appunto in quanto coltivato nell'ambito della corte.

Nel Norditalia ci furono alcuni poeti trobadorici che poetarono in lingua d'oc, ma al sud, per iniziativa di Federico II di Svevia, si verificò una vera e propria operazione culturale che trasportò in siciliano temi e motivi provenzali. La poesia siciliana fiorì a Palermo ad opera di funzionari e notai di corte che ebbero il merito di mantenere viva la tradizione poetica dell'età precedente.

Dopo la fine della supremazia degli Svevi al sud, le poesie furono tradotte da alcuni autori toscani che diedero vita ad una vera e propria scuola che però non operava nell'ambito di una corte, ma in quello della fiorente civiltà comunale.

I toscani ripresero dalla tradizione provenzale anche i temi politici,di cui non ho parlato prima, caratteristici di una società in fermento per le continue lotte tra fazioni e quindi assenti nella struttura accentratrice e rigida del regno di Sicilia.

Ora arriviamo a Firenze, la Firenze di Dante.

Qui un gruppo di intellettuali, amici tra di loro, svilupparono una concezione poetica che manteneva il carattere di raffinatezza della lirica amorosa ma spogliava il rapporto uomo-donna da qualsiasi implicazione erotica, conciliando quindi il sacro ed il profano attraverso un aggancio fortemente spirituale del sentimento amoroso al sentimento religioso.

Nella borghese società comunale non c'era posto per l'amore adulterino: l'amore diventa virtuoso e la donna amata diventa donna-angelo, tramite tra l'uomo e Dio, promuovendo nel poeta un percorso di elevazione intellettuale e morale.

All'aristocrazia di nascita e di censo si sostituisce così l'aristocrazia di comportamento.

La donna angelo dona beatitudine anche solo salutando, rivolgendo uno sguardo benevolo, sorridendo. Il poeta la rappresenta con toni soavi e delicati, usando come termini di paragone tutti gli elementi più preziosi che si trovano sulla terra e nel cielo e trasformandola in figura eterea e quasi incorporea.

Beatrice fu la donna angelo di Dante, il quale racconta la storia della sua vicenda amorosa nella "Vita Nuova", un'opera in prosa e in versi che segue il suo percorso spirituale, iniziato al momento del primo incontro a nove anni di età e concluso con la decisione di cantare la donna in uno spazio molto più ampio e significativo, in cui Bice Portinari, scomparsa prematuramente, indosserà la veste allegorica della Grazia divina (se preferite la Teologia va bene lo stesso) per accompagnare il "suo" cantore nella parte finale del viaggio, spiegando con dotto linguaggio problemi teologici,sollevandolo attraverso i cieli con la forza del sorriso, risplendente di bellezza in modo indicibile.

Pur glorificata dalla solennità sovrumana dell'allegoria Beatrice mantiene nei versi danteschi la freschezza,il fascino, la soavità che illuminarono di dolcezza la giovinezza del poeta.

Un doverosa precisazione: ho accennato ad un preciso percorso nell'ambito della poesia medievale, quello inerente alla poesia amorosa.

Ci furono anche altre importanti forme di poesia che sarebbe fuori tema illustrare qui, ma che diedero un contributo rilevante alla cultura del tempo e a cui Dante attinse a piene mani.


IL PENSIERO POLITICO DI DANTE.

"O forumisti, io vi esorto alle storie!" esordirei parafrasando Foscolo.

Se non si conoscono le vicende storiche non si comprendono i fenomeni culturali che hanno caratterizzato i periodi del passato.

La storia medioevale è complessa e ricca di eventi fondamentali ma se dovessi affrontarne la trattazione il mio discorso si ramificherebbe come la foce del Gange....mi limito a citare alcuni dati ineludibili che ognuno potrà approfondire a suo piacere:

  • la fondazione nell'800 del sacro Romano Impero ad opera di Carlo Magno, che attraverso la rigida struttura feudale ridiede ordine ad un'Europa che dopo la caduta dell'Impero romano era precipitata in uno stato di regressione economica e demografica;
  • la nascita del monachesimo, punto di forza dell'azione della Chiesa, che era rimasta l' unico riferimento nel periodo di massima decadenza politica, ed inoltre elemento fondamentale per la conservazione della cultura;
  • la ripresa economica dopo il primo millennio e lo sviluppo delle città con il conseguente affacciarsi sulla scena della classe borghese, protagonista della rinascita economica e di quella cellula di autosufficienza politica che fu l'esperienza della società comunale; l'affermazione dei primi stati nazionali (Francia e Inghilterra).

Questi due ultimi fenomeni determinarono il progressivo indebolimento dei due tradizionali poteri universali, Impero e Papato,il primo impossibilitato a reprimere le varie spinte autonomistiche sia da parte dei feudatari che dei Comuni e il secondo teso a restaurare l'antica dignità messa in pericolo dalle ingerenze del potere laico negli affari ecclesiastici e dallo sviluppo di sette ereticali, nate su istanze sia di rinnovamento religioso che di affrancamento sociale.

Le Crociate e la fondazione degli ordini mendicanti (domenicano e francescano) sono eventi che si collocano nell'ottica di una riaffermazione di fervore religioso, anche se nel caso delle Crociate si intrecciano altre motivazioni di carattere politico e sociale.

A complicare il tutto, Impero e Papato si erano impegnati da sempre in una lotta per la supremazia. A seconda della tempra di papi o imperatori assistiamo al predominio dell'una o dell'altra autorità. Gregorio VII, Innocenzo III e Bonifacio VIII furono i protagonisti dell'affermazione della Chiesa sui poteri laici (concezione teocratica) sostenendo il primato assoluto della Chiesa di Roma anche rispetto all'autorità imperiale.

Una forte arma in mano al papa era la scomunica: un feudatario o un sovrano (anche lo stesso imperatore) scomunicato perdeva il diritto di autorità sopra i suoi vassalli e sottoposti.

In Italia(uso il termine in senso esclusivamente geoculturale) la situazione di disorientamento era aggravata dalla faziosità che all'interno di molti organismi politici determinava l'orientamento a favore del papa o dell'imperatore per scopi puramente egoistici e particolaristici.

Nacquero così i partiti dei Guelfi, che si appoggiavano al papa e dei Ghibellini, filoimperiali.

Il partito ghibellino perse molta della sua forza in seguito al tramonto della potenza sveva nel Suditalia, rimanendo attivo per lo più nell'ambito della corte degli Scaligeri a Verona.

A Firenze dopo una lotta all'ultimo sangue i ghibellini furono uccisi od esiliati ma il partito guelfo ben presto si divise tra guelfi Neri, rigorosamente filopapali, e Bianchi, che riconoscevano anche la necessità dell'autorità imperiale.

Ribadisco il concetto che l'appartenenza ad uno o all'altro schieramento era determinata essenzialmente da motivi economici e politici: come in una diabolica partita a scacchi Bianchi e Neri combattevano per avere la supremazia nella città.

Bonifacio VIII si mise in mezzo appoggiando i Neri e determinando la rovina di Dante che, essendo un Bianco, dovette prendere la strada dell'esilio.

Dante quindi, avendo visto di persona gli effetti deleteri della faziosità e del disordine politico,sulla base della sua esperienza e della sua profonda cultura elaborò un programma concreto per risolvere la situazione, in una visione ideale che sposava gli interessi politici a quelli religiosi, restaurando le due somme autorità attraverso una ragionata divisione di competenze e poteri.

Ne parla ampiamente nel "De Monarchia", opera in tre libri scritta in latino perchè rivolta ad un pubblico dotto, specialistico e sovranazionale.

Secondo Dante il fine dell'uomo è la conoscenza, per la quale è indispensabile la pace. L'Impero è l'unica istituzione in grado di assicurare la pace universale e la giustizia: infatti solo chi possiede tutto non sarà spinto dal desiderio di ampliare la propria potenza, diventando nello stesso tempo garante di equilibrio tra le varie forme di autonomia presenti nel territorio.

Dopo aver trattato della legittimità dell'Impero romano, nel cui ambito era nato Gesù Cristo, Dante affronta il problema del rapporto tra Papato e Impero, affermando che entrambi derivano direttamente da Dio e non l'uno dall'altro.

Dio li ha predisposti affinchè guidassero l'uomo al conseguimento dei suoi fini, la felicità terrena, a cui è necessario l'Impero, e quella spirituale, a cui provvede la Chiesa.

E' chiaro quindi che Dante ribadisce la piena autonomia dei due poteri, riconoscendo semmai l'obbligo di una filiale reverenza da parte dell'imperatore verso il papa, come la felicità materiale è subordinata in un certo senso a quella spirituale ed eterna, ma sottolineando la sua piena autonomia in campo politico.

Nell'opera viene anche confutata la validità giuridica della "Donazione di Costantino", un documento che attestava il riconoscimento della sovranità del papa sul territorio donatogli dall'imperatore Costantino, una sorta di autorizzazione al possesso di beni terreni, giustificazione del potere temporale della Chiesa.

In effetti il documento, di cui Dante non mette in dubbio l'autenticità, era un falso, come rivelò clamorosamente un umanista del Quattrocento, Lorenzo Valla, sulla base di un accurato esame filologico.

Storicamente il primo nucleo di un dominio territoriale della Chiesa fu la donazione al papa, nel corso del secolo VIII, del territorio di Sutri e di alcuni castelli da parte del longobardo Liutprando

La visione politica di Dante è un tema che ricorre costantemente nel poema proprio per il taglio fortemente morale e religioso dell'opera, scritta perchè l'uomo trovasse la giusta via per compiere nel modo migliore il suo percorso terreno, preparandosi alla conquista dell'eternità.


TEMPO E SPAZIO

I regni oltremondani sono inseriti nella prospettiva dell'eternità, tranne il Purgatorio, destinato a scomparire con la fine del mondo.

Nel poema esiste però il tempo soggettivo, che è quello impiegato da Dante nel suo viaggio, compiuto l'anno del primo giubileo indetto da Bonifacio VIII nel 1300, a 35 anni di età (calcolando 70 anni la vita media dell'uomo),quindi idealmente a metà del suo tempo terreno.

Il cammino inizia la sera dell'8 aprile, un venerdì santo e per l'Inferno termina la sera del 9,sabato santo.

Il viaggio nel Purgatorio dura dall'alba della mattina di Pasqua fino a mezzogiorno del mercoledì successivo, mentre per il Paradiso è sufficiente la sola giornata di giovedì 14 aprile.

Mentre per Inferno e Paradiso non esiste differenza tra giorno e notte, nel Purgatorio la salita faticosa si può compiere unicamente alla luce del sole, simbolo di Dio, infatti solo illuminati da Dio gli uomini possono portare a termine il loro percorso penitenziale.

E' evidente la simbologia nella scelta cronologica: la rinascita della natura che si compie in primavera corrisponde a quella dello spirito, il periodo pasquale allude alla redenzione, il giubileo è una promessa di perdono e rinnovamento, la metà della vita del Poeta indica il punto critico esemplare per un cambiamento totale.

Accanto al tempo reale abbiamo anche un continuo riferimento al tempo della storia, rievocato attraverso i racconti delle anime, per la maggior parte attinenti al periodo contemporaneo a Dante, in cui la dimensione terrena trova superamento e compimento definitivo nell'eternità, ove viene fissata con valore esemplare, nel bene e nel male.

La rappresentazione dello spazio assume nella Divina Commedia un valore reale e non di semplice sfondo, ma funzionale a definire la condizione spirituale delle anime e di Dante stesso.

L'unico spazio puramente allegorico è la selva oscura del primo canto, non collocabile in alcun luogo fisico,come valore esclusivamente allegorico ricoprono pure il colle, il sole, le tre fiere.

Con l'apparizione di Virgilio inizia il punto di raccordo con lo spazio concreto del viaggio, spazio che ha una collocazione geografica, pur nelle sfaccettature simboliche che vi si possono ravvisare, come la scelta della legge del contrappasso che mette in relazione il tipo di peccato con la tipologia della pena. Un rapido esempio: nel quinto canto dell'Inferno i lussuriosi sono travolti da una bufera perchè in vita si lasciarono travolgere dal vento della passione.

Il paesaggio del Purgatorio, montagna erta che si trova in mezzo all'oceano,è il più "naturale" secondo la nostra esperienza, ma non per questo privo di numerosissimi riferimenti allegorici, specie all'inizio, sulla spiaggia deserta, e alla fine, nel Paradiso Terrestre.

Nel Paradiso lo spazio assume la dimensione infinita, perdendo ogni fisicità per dissolversi in esperienza di musica e di luce, graduata in una successione ordinata esclusivamente per andare incontro ala condizione umana di Dante, che ne ha percezione spazio-temporale fino al momento culminante della visione di Dio, in cui si annulla ogni limite imposto alla condizione umana.

I beati cioè sono compresenti accanto a Dio e nei vari cieli in cui incontrano il Poeta.

La visione che Dante ha dell'universo è quella geocentrica di Tolomeo (II secolo d.C.), accolta da S.Tommaso e dalla filosofia scolastica medievale a cui si ispira il Poeta.

La Terra è una sfera immobile sospesa al centro dell'universo, divisa in due emisferi.

Nel centro di quello boreale, l'unico abitato,è collocata Gerusalemme, equidistante dai due confini estremi, la foce del Gange ad est e le colonne d'Ercole (Gibilterra) ad ovest, mentre ai suoi antipodi,nell'emisfero australe ed isolata dall'Oceano, si erge la montagna del Purgatorio.

Tale montagna venne originata al momento in cui Dio scagliò fuori dal Paradiso il ribelle Lucifero, precipitato sulla Terra, che si ritrasse al suo passaggio fino al momento in cui il principe del male si conficcò al centro del globo.

Tutto il terreno "fuggito" si accumulò nell'altro emisfero, in posizione opposta alla voragine creatasi in cui viene situato l'Inferno.

La Terra è circondata da nove sfere concentriche, rotanti una all'interno dell'altra e contenute nell'Empireo, il cielo immobile ed infinito, dimora di Dio, delle gerarchie angeliche e della rosa dei beati.

I nove cieli sono rispettivamente quelli della Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove,Saturno, Cielo delle stelle fisse, con tutte le costellazioni, e il velocissimo cielo cristallino o Primo Mobile,che, prendendo impulso da Dio, Motore Immobile, trasferisce il movimento di rotazione ai cieli sottostanti, secondo la concezione aristotelica ripresa e adattata da S.Tommaso D'Aquino.

Non esiste lo spazio vuoto: i cieli hanno realtà concreta,composti da una sostanza detta etere.

Rimando ogni altra considerazione o spiegazione alla trattazione dei tre regni oltremondani, che vorrei affrontare in modo più specifico e funzionale alla comprensione del poema.


INFERNO.

Attorno alla voragine infernale si estende una pianura che un fiume, l'Acheronte, separa dall'abisso.

La cavità è suddivisa in nove cerchi concentrici la cui circonferenza si restringe mano a mano che si scende, fino a raggiungere uno spiazzo ghiacciato dove è conficcato Lucifero.

I peccatori sono distribuiti seguendo il criterio della gravità del peccato che aumenta durante il percorso, secondo un'antica suddivisione che risale ad Aristotele:

  • incontinenti (incapaci a frenare gli impulsi e le emozioni):lussuriosi, golosi, avari e prodighi, iracondi e accidiosi;
  • violenti (contro il prossimo, contro se stessi, contro Dio, natura ed arte;
  • fraudolenti:
    • contro chi non si fida (Malebolge, dove sono puniti seduttori, adulatori, simoniaci,indovini,barattieri, ipocriti, ladri, consiglieri fraudolenti, seminatori di discordia e falsari);
    • contro chi si fida ( traditori dei parenti, della patria, degli ospiti e dei benefattori).

Dante ha inserito poi nell'Antinferno, prima del confine dell'Acheronte, la categoria degli ignavi, coloro che nella loro vita non hanno mai scelto di schierarsi,in compagnia degli angeli che al momento della ribellione di Lucifero non presero partito, categoria verso la quale un uomo che ha duramente pagato per le sue scelte è particolarmente sprezzante: "non ragioniam di lor, ma guarda e passa" sono le parole che mette in bocca a Virgilio.

Il Poeta ha introdotto anche il cerchio del Limbo, l'unico connotato dall'assenza di punizioni corporali e da un paesaggio naturale che circonda un nobile castello dove vivono la loro mesta eternità le anime dei non battezzati che non si sono macchiate di colpa alcuna. E' il luogo dei grandi uomini della classicità, da cui proviene lo stesso Virgilio.

Un'altra innovazione è l'inserimento della categoria degli eretici,in un cerchio situato tra incontinenti e violenti.

Riassumendo in modo schematico abbiamo:

  • L'Antinferno;
  • il fiume Acheronte;
  • il Limbo (I cerchio);
  • quattro cerchi di incontinenti,l'ultimo dei quali è costituito dalla palude dello Stige;
  • la città di Dite con gli eretici (VI cerchio),
  • una parete scoscesa;
  • il VII cerchio dei violenti, diviso in tre gironi,in cui scorre il Flegetonte, fiume di sangue;
  • un'altra parete scoscesa,
  • l'VIII cerchio (10 Malebolge),il pozzo dei Giganti

ed infine

  • il IX, composto da Caina, Antenora, Tolomea e Giudecca.

L'uscita dall'Inferno avviene attraverso uno stretto passaggio sotterraneo che porta direttamente alla base del Purgatorio.

Acheronte, Stige e Flegetonte erano i fiumi infernali secondo la tradizione classica e Dante li riprende ed adatta alla struttura del suo Inferno, allo stesso modo in cui riprende molti personaggi della mitologia trasformati in creature demoniache che, assieme alle folte schiere provenienti dalla ricca demonologia medievale, regolano la perfetta organizzazione di questo eterno carcere: Caronte, il traghettatore di anime, Minosse, il giudice dall'aspetto mostruoso che assegna le varie pene da scontare (ogni peccatore è punito per il peccato di maggior gravità) con terrificanti giri di coda, Cerbero tricipite, il minaccioso Pluto, Medusa, i centauri, Flegias, i giganti, insomma le antiche corpose rappresentazioni delle paure ataviche dell'uomo.

Gli elementi del paesaggio infernale sono costituiti dagli elementi di quello terrestre, principalmente acqua, terra, aria e fuoco, ma spesso snaturati e trasformati per sottolineare la straordinarietà dell'ambiente e l'orrore delle pene.

Manca la luce perchè manca Dio ed i bagliori rossastri delle fiamme illuminano l'atmosfera cupa e pesante.

Si nota sempre,sottolineato dalle numerose similitudini, il richiamo al mondo reale, ma ora in forma amplificata (le frane gigantesche) ora deformata in senso funzionale, come la selva dei suicidi, diventati sterpi secchi, o le sanguigne correnti del Flegetonte.

La tipologia della pena segue in vario modo la regola detta del contrappasso: subire l'azione che produsse la colpa; fare quello che fu omesso nella colpa; ripetere o riprodurre con sofferenza l'azione della colpa; stare in atteggiamento opposto a quello che caratterizzò la colpa.

I dannati vengono subito presentati con le caratteristiche della rabbia e della disarmonia: una massa confusa che aspetta di essere traghettata per andare al più presto incontro al suo eterno destino, in mezzo a pianti e a bestemmie.

La vita trascorsa rappresenta per tutti un amaro motivo di rimpianto: qualsiasi condizione è preferibile a quella a cui sono condannati, come si evince dalle parole che rivolgono a Dante.

In alcuni casi vengono rievocati i loro peccati, in altri il colloquio tocca argomenti diversi, ma sempre è la vita terrena ad emergere con incontrollabile nostalgia.

La loro immagine di ombra immateriale ma in grado di provare tutte le sensazioni fisiche trova nei versi danteschi una forte consistenza corporea e vitalità fisica, permeando in modo incisivo il canto di cui sono protagonisti.

Dante autore e giudice li colloca senza pietà nel luogo della pena ma Dante uomo e personaggio vive con forte partecipazione emotiva il rapporto con coloro che incontra, alternando sentimenti contrastanti come ripugnanza, disprezzo, indifferenza, ammirazione, pietà, orrore.

E' proprio nel mondo ultraterreno che il Poeta vive l'esperienza più piena della vita terrena, impegnato nella ricerca di una dimensione più profonda ed autentica dell'esistenza,capace di dare un senso alla sua stessa vita. Così può osservare la realtà da molteplici punti di vista, al di là di quelli consueti e familiari.

Emergendo dalla massa confusa ed anonima dei peccatori, alcuni, figure storiche o letterarie, diventano personaggi emblematici di ogni strato sociale e di ogni tempo, modelli di comportamento non solo in negativo, talvolta mettendo a dura prova le convinzioni e le emozioni del Poeta ma proprio per questo promuovendo la sua maturazione morale e spirituale.

L'Inferno andrebbe letto integralmente come un grande affresco della vita umana, ma per chi non se la sente di affrontare l'impresa, mi permetto di suggerire i canti che secondo me non si dovrebbero ignorare: I, III, V, VI, X, XIII, XV, XXVI, XXXIII.


PURGATORIO

"quando n'apparve una montagna,bruna

per la distanza, e parvemi alta tanto

quanto veduta non avea alcuna"

è l'ultima cosa che Ulisse vede prima di essere inghiottito dalle acque dell'Oceano, pagando con la vita "il folle volo" che lo aveva portato a valicare i limiti imposti all'uomo.

Dante invece, nel suo viaggio voluto da Dio, arriva alla base della montagna proibita, riscoprendo il cielo, il sole e le stelle, in una nuova dimensione in cui l'analogia con quella umana si colora di simbolismo e di solenne ritualità.

Il Purgatorio, invenzione poetica di Dante, si trova agli antipodi di Gerusalemme, ha forma tronco-conica sulla cui parte estrema e pianeggiante è collocato il Paradiso Terrestre, bagnato dai fiumi Lete ed Eunoè e a cui si accede per una scala; alla base il monte è circondato da una spiaggia sulla quale approdano le anime condotte da una navicella guidata da un angelo che le raccoglie alla foce del Tevere.

Le prime balze del monte costituiscono l'Antipurgatorio, dove sostano le anime di chi ha tardato a pentirsi fino alla fine della vita.

Da una porta sorvegliata da un angelo si accede al Purgatorio vero e proprio, distinto in sette cornici concentriche corrispondenti ai sette peccati capitali: superbia, invidia, ira, accidia, avarizia e prodigalità, gola e lussuria.

Complessivamente quindi, nove zone, secondo la simmetria che ritroviamo in tutte e tre le cantiche.

L'ambiente è aperto e luminoso ma i colori sono tenui, smorzati e spesso riferiti al tempo dell'alba e del crepuscolo, simbolo di uno stato di passaggio,di speranzosa attesa, di elegiaca memoria.

I peccatori sono condannati a pene corporali pesanti al pari di quelle infernali, ma sopportate col conforto della speranza, stato d'animo completamente assente nell'Inferno ("lasciate ogne speranza, voi ch'intrate"), sempre obbedienti al principio del contrappasso ma con in più un elemento di edificazione costituito da esempi, variamente rappresentati a seconda della tipologia della pena, del peccato commesso e della virtù opposta.

Alla forte individualità dell'Inferno qui si sostituisce un senso di coralità espresso dai canti liturgici intonati dalle anime durante l'ascesa che li porta ad espiare tutte le loro colpe, soffermandosi in ogni cornice per un periodo corrispondente alla loro gravità.

Il periodo di pena tuttavia può essere abbreviato grazie alle preghiere delle persone che sono ancora in vita e questo spiega le costanti richieste di intercessione che vengono rivolte a Dante quando si scopre che tornerà sulla terra.

Nessun rimpianto, nessuna amara acrimonia per il mondo lasciato definitivamente, solo la persistenza di sentimenti positivi quali l'amore, gli affetti familiari, l'amicizia.

Il distacco dalla vita terrena tuttavia avviene gradualmente: le anime appena sbarcate si guardano intorno smarrite, pronte ad accorrere al canto intonato da Casella, un musico amico di Dante, che li riporta per un attimo al passato, immediatamente rimbrottate da Catone, severo custode e simbolo esemplare di libertà.

Il suo suicidio ad Utica, estrema protesta verso la minaccia della tirannide di Cesare, in questo caso travalica la gravità del peccato per assurgere al significato allegorico di scelta della libertà morale.

Il Purgatorio è infatti popolato, oltre che da angeli preposti ai vari rituali, da figure di più o meno chiaro riferimento allegorico, in particolare nella "sacra rappresentazione" nella valletta dei principi o nel Paradiso Terrestre.

Questa è la cantica in cui Dante si sente più vicino alla condizione dei peccatori, condividendone lo stato d'animo e il duro percorso penitenziale e recuperando la dimensione del tempo, il paesaggio naturale e il suo passato, rievocato con toni di nostalgica dolcezza, il passato degli anni giovanili, densi di speranze rivissute al rivedere gli amici defunti e culminante nell'incontro con Beatrice, alla sommità del monte.

Gli affetti, la poesia, la Firenze antica si ritrovano qui inevitabilmente sfumati dalla lontananza nello spazio e nel tempo e per questo resi in tono dolcemente elegiaco.

Il tempo cronologico è scandito dall'alternanza tra giorno e notte: l'ascesa può compiersi solo di giorno, alla luce del sole (qui l'allegoria è palese) che inoltre fa sì che la figura di Dante proietti ombra, a differenza delle anime incorporee, un'ombra che si staglia in direzione opposta rispetto a quella lasciata sulla Terra,dato che siamo nell'emisfero australe.

Il tempo del Purgatorio non è eterno, durerà quanto il mondo fino al Giudizio Universale, quando tutte le anime avranno terminato il loro percorso di purificazione e questo regno oltremondano non avrà più ragione di esistere.

La familiarità del paesaggio però si accompagna a straordinari fenomeni che sottolineano appunto la straordinarietà di una situazione solo apparentemente naturale: quando Dante, dopo essersi asperso il volto con la rugiada del mattino per togliersi le tracce dell'Inferno, si cinge i fianchi con un giunco, questo ricresce immediatamente sul luogo da cui è stato divelto, la navicella delle anime scivola sulla superficie del mare senza toccarla, gli altorilievi scolpiti sulla parete nella cornice dei superbi esaltano a tal punto con la loro perfezione la capacità sensoriale, che sembra di udire le parole evocate dalle immagini e di odorare il profumo d'incenso.

Sulla soglia del Purgatorio l'angelo imprime sette P sulla fronte del Poeta, che scompariranno via via durante la salita che si farà sempre meno faticosa, come se il corpo venisse alleggerito del suo peso terreno.

Un'imponente e solenne rappresentazione allegorica nel Paradiso Terrestre concluderà questo percorso di purificazione.

Ora la ragione ha esaurito il suo compito di guida, così Virgilio abbandona il suo discepolo al sorriso di Beatrice, quindi al dono divino della Grazia.

Beatrice è l'ultima di una serie di figure femminili che in questa cantica trovano uno spazio particolare, figure fortemente positive rappresentate secondo i moduli stilnovisti tendenti a vedere la donna come strumento di salvezza.

I canti da leggere assolutamente sono: I,II,III,V,VI,VIII,X,XI,XVI,XXIII.

L'ultima parte del poema è fortemente allegorica e dottrinaria ma importante per avere una conoscenza completa e corretta della poetica dantesca.


PARADISO

Il Paradiso è collocato in cielo, secondo la visione cristiana tradizionale. Dopo la sfera del fuoco sono situati nove cerchi concentrici, costituiti da etere, una sostanza diafana, ciascuno contenente uno dei sette pianeti, presieduto da una schiera di angeli in rigorosa gerarchia e caratterizzato da una particolare predisposizione al bene.

Schematicamente abbiamo: il cielo della Luna con gli Angeli e successivamente quelli di Mercurio (Arcangeli),Venere (Principati), Sole (Potestà), Marte (Virtù), Giove (Dominazioni), Saturno (Troni), Stelle fisse (Cherubini) e Primo Mobile (Serafini), così detto perchè imprime il movimento a tutti gli altri.

Nei cieli si presentano a Dante in successione: gli spiriti che mancarono ai voti non per libera scelta, che agirono per amore di gloria , gli spiriti amanti, i sapienti, militanti, giudicanti e contemplanti.

Nel Cielo delle stelle fisse Dante assiste al coreografico trionfo di Cristo e all'apoteosi di Maria, mentre nel Primo Mobile sono le schiere degli angeli a celebrare il loro trionfo.

I cieli sono circondati dall'Empireo, sede di Dio, dove sono presenti tutti gli angeli e tutte le anime dei beati, a formare una candida rosa luminosissima.

L'Empireo non è costituito da materia ma solo da luce: luce intellettuale che è pienezza d'intelligenza e anche pienezza d'amore, e quindi perfetta letizia.

Per l'uomo la felicità consiste nella perfezione della propria anima, perfezione che si identifica con il sapere e con la scienza e per questo il viaggio di Dante rappresenta un percorso completo sulla via della conoscenza, intrapreso per diffondere tra l'umanità traviata la sue esperienza esemplare.

Pur avendo sede nel punto più alto dell'Universo, immenso ed infinito, i beati si presentano a Dante scaglionati attraverso la successione dei cieli: questo non comporta una variazione nel loro stato di eterna perfezione raggiunta dalla pura contemplazione di Dio, ma è frutto di un atto d'amore inteso a promuovere nel pellegrino quel percorso di conoscenza che lo porterà finalmente alla meta.

Il loro grado di beatitudine è tanto più grande quanto più alto è il cielo a cui appartengono in base alla loro inclinazione alla virtù, senza però che tale gradazione influisca sulla loro beatitudine: nel mondo sovrumano in cui regna l'ordine e l'armonia, ciascun beato è felice ed appagato dalla condizione in cui si trova.

Si è parlato di influssi celesti: Dante è uomo medioevale, quindi crede a tali influssi, fermo restando che si esercitano solo come spinta, attitudine, senza alcun determinismo: l'uomo è dotato di libero arbitrio, così una persona con l'inclinazione naturale verso l'amore può peccare più o meno gravemente lasciandosi andare agli impulsi della passione terrena, ma può anche scegliere di indirizzare i suoi affetti verso obiettivi alti e nobili.

Purtroppo la debolezza e la fragilità insite nella natura umana spesso fanno deviare dai buoni propositi e proprio per tal motivo il Poeta insiste sulla necessità dell'azione dei due sommi poteri, politico e spirituale, per guidare l'uomo lungo la retta via.

Nel Paradiso manca il paesaggio naturale, manca la figura umana. Solo nel cielo della Luna Dante vede delle parvenze di lineamenti, labili come immagine riflessa nell'acqua limpida o perla adagiata su una bianca fronte.

Nella cantica che trascende la fisicità le sensazioni sono affidate unicamente alla vista e all'udito, tesi a cogliere coreografie di luci e musiche di sovrumana bellezza prodotte dal ruotare delle sfere celesti( Somnium Scipionis docet).

I suoni sono diversi e distinti, ma fusi insieme in un'unità che è armonia, dove il molteplice non si annulla ma è temperato in armoniosa concordia.

Le anime sono punti luminosissimi che, disponendosi variamente a seconda della tipologia della rappresentazione,discorrono con Dante,intonano inni, variano d'intensità o cambiano il colore della loro luce per dare enfasi alle parole.

Bellissima la scena in cui l'indignazione di S.Pietro di fronte alla degenerazione dei papi fa tingere di rosso l'intero cielo oppure quella in cui, nel braccio destro della croce formata dalle luci degli spiriti militanti, l'anima del trisavolo Cacciaguida si sposta scivolando lungo le due assi perpendicolari per avvicinarsi e salutare il suo amato discendente.

Solo nell'Empireo i beati riassumono il loro aspetto umano, seduti eternamente al cospetto di Dio.

In questo mondo di luce, concreto ed astratto nello stesso tempo, Dante sale senza accorgersene ma avvertendo un cambiamento dentro di sè: si distacca dalla terra non per un atto di volontà, ma per effetto della condizione morale in cui si trova, analoga a quella dell'uomo prima di commettere il peccato originale: puro, non può far altro che salire verso Dio per il naturale effetto chiamato "trasumanazione".

Dante percorre il cammino celeste col corpo fisico, perchè la perfezione si attua solo nell'unione di anima e di corpo (pensiamo al tema cristiano della resurrezione della carne), ma si tratta di un peso che non è più tale, in quanto sottratto alle leggi di gravità, non più un impaccio per l'anima ma un tutt'uno con essa; il Poeta non sa spiegare come avvenga ciò, può solo prenderne atto come una disposizione stabilita da Dio.

Anche la capacità sensoriale di Dante viene esaltata sempre più durante il percorso attraverso i Cieli, per arrivare gradualmente alla contemplazione di Dio. Il primo atto di tale processo si verifica nel Paradiso Terrestre, quando egli riesce a fissare il sole oltre le facoltà umane: è il momento del distacco dal mondo terreno.

Gli stessi beati a volte si trattengono dall'esprimere in pieno i loro stati d'animo per non sopraffare di luci e di musica l'ancora imperfetta capacità ricettiva del pellegrino, spinti sempre dalla gioia di aiutarlo e sostenerlo nel modo più adeguato alla sua limitatezza.

Dante nel Paradiso non affronta faticose prove fisiche, ma, dopo un percorso di chiarimento dottrinario affidato essenzialmente a Beatrice, qui guida teologica ed intellettuale, viene sottoposto ad una sorta di esame finale sulle virtù teologali.

Dopo la preghiera di S.Bernardo alla Madonna, tramite tra Dio e l'uomo, l'ultimo canto si chiude nella visione di Dio, esperienza non solo intraducibile in parole umane ma anche impossibile a fissarsi nell'inadeguatezza della memoria: ne rimane solo una sensazione di felicità, come al risveglio da un sogno che non si riesce a ricordare.

Il linguaggio poetico di Dante affronta nel Paradiso una sfida ardua: come rappresentare un mondo che trascende l'esperienza umana,esprimere stati d'animo inconsueti, descrivere l'indescrivibile?

La soluzione è data dall'uso degli esempi atti a sollecitare la fantasia e l'intuizione del lettore: immagini raffinate che evocano acque limpide, gemme preziose, luci di varia intensità e colore, musiche dolcissime,emozioni sublimi, insomma quei riferimenti concreti che possano almeno ricordare od evocare una condizione che va al di là dell'esperienza comune.

Il Paradiso però non è una cantica limitata alla descrizione del regno celeste: come nelle altre due, la rievocazione di situazioni ed eventi mondani trova un suo spazio adeguato anche in quel mondo di armonia , nobilitata ed illuminata da una visione superiore che spiega e chiarisce il senso dell'umana grandezza e dell'umana debolezza.

Consiglio la lettura dei canti: I, III, VI, XI, XV, XVI, XVII, XXI, XXVII, XXX, XXXIII.


UNA SUBLIME COMMEDIA UMANA.

Divina ed umana, la Commedia dantesca: l'autore, grazie alla sua straordinaria capacità di elaborare una lingua duttile, espressiva, raffinata e vigorosa ad un tempo, ha realizzato un'impresa titanica, comunicando ogni aspetto della realtà, ogni mistero dell'anima, dando corpo all'immaginazione e credibilità all'incredibile.

Pur nella diversificazione delle cantiche, legata alla specificità delle situazioni rappresentate, l'opera è connotata da un forte realismo di fondo che si traduce in una molteplicità di stili e registri linguistici che seguono il progressivo innalzarsi del contenuto.

Ciò non esclude che nell'Inferno si possano trovare esempi di stile sublime e nel Paradiso espressioni violente come "e lascia pur grattar dov'è la rogna".

Il poema, pur seguendo un percorso "verticale" in una costruzione perfettamente simmetrica, salda e coerente nell'equilibrio delle parti, è attraversato da linee trasversali, da motivi ricorrenti, da temi che si rincorrono al di là dello svolgersi lineare del pellegrinaggio oltremondano.

Il protagonista della Commedia è l'uomo, la cui realtà imperfetta, definita dalla vita terrena, si universalizza assurgendo a valore assoluto di simbolo: Farinata diventa l'icona della passione politica, Francesca la vittima delle suggestioni pericolose di una certa letteratura, Ulisse l'eroe della sete di sapere, inconsapevole del fatto che all'uomo sono stati posti dei limiti invalicabili, Ugolino, traditore tradito, la rabbia pietrificata nell'orrore di fronte all'estrema crudeltà di cui è capace un essere umano, Pier Delle Vigne la disumanità del suicidio, che lo ha privato eternamente dell'identità fisica, Manfredi il paradigma del perfetto cavaliere medievale, Pia de' Tolomei l'immagine dolce e malinconica dell'amor coniugale ed infine si stagliano in solenne sequenza le figure dei beati, che vengono scolpite ad eterna testimonianza della loro fede.

Anche personaggi di chiaro significato allegorico come Virgilio e Beatrice realizzano pienamente la loro parabola umana nel mondo che li definisce con la compiutezza e pienezza dell'eternità.

Ognuno nella Divina Commedia può trovare un proprio percorso di lettura e di meditazione, infatti la riflessione del Poeta tocca temi politici, scientifici, astronomici, filosofici, dottrinari, letterari, etici, cosmologici, escatologici....anche i pettegolezzi trovano posto in questa commedia umana, non c'è limite all'esplorazione che Dante compie nell'ambito dell'universo che lo circonda.

Al di là c'è solo Dio, che non può essere nè esplorato nè descritto, soltanto intuito attraverso un atto di conoscenza intellettuale, un attimo di luce, un lampo che si estingue immediatamente ma che lascia nell'animo una traccia indelebile: l'Amore.

I mistici escono dal loro corpo per raggiungere Dio in modo irrazionale, Dante al contrario Lo raggiunge attraverso l'esaltazione delle sue facoltà fisiche, nella pienezza della sua umanità. Tornato sulla Terra, con un grande atto d'amore ci regala la sua esperienza che diventa così esemplare.

Il linguaggio della Commedia, dicevo, è vario e duttile ed esalta nel lettore l'immaginazione e la fantasia, sulla scia delle suggestive immagini evocate dalla vena creativa del Poeta.

Il ritmo scandito dalla successione delle terzine di endecasillabi a rima incatenata lega e distingue i vari momenti che definiscono l'avventuroso viaggio, in un registro che passa con naturalezza dal tragico al comico, dall'elegiaco al dottrinale.

La trasposizione in un'opera musicale del Poema, o meglio, di un percorso ideale nell'ambito del Poema, conterà su altri elementi di forte impatto comunicativo quali la musica e la scenografia, sfondo precostituito per l'azione scenica e le coreografie, che verranno a sostituire la potenza evocativa del linguaggio poetico; lo stesso linguaggio dantesco subirà delle modificazioni, almeno credo, in quanto il ritmo dell'endecasillabo si trasferirà in un diverso ritmo definito dalle scelte musicali.

I personaggi troveranno una fisionomia definita che forse sostituirà quella che molti di noi conservano nella memoria, diversa per ognuno in quanto determinata dal nostro personale approccio all'opera dantesca.

Non vedremo dunque la Divina Commedia, vedremo l'interpretazione che gli autori e gli artisti ne daranno, come accade per ogni trasposizione scenica di un'opera letteraria.

Spero soltanto che, pur rivissuta e rimeditata alla luce della sensibilità personale degli autori, l'opera mantenga la caratteristica fondamentale di maestoso affresco dell'umanità.

 

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